la fatica di essere tristi

Elia: – Mamma, per fare le scale dovrai prendermi in braccio.

Io: – E come mai?

Elia: – Perché sono intristito, e quando sono triste non ho forza di fare niente

Io: – Hai ragione, ti prendo in braccio allora.

Elia: – …mamma, ma perché quando sono triste faccio così tanta fatica?

Decidere di arrabbiarsi

Qualche giorno fa ero con il mio bimbo e dopo una scenata, siamo usciti e ci siamo dati un abbraccio per fare pace.

Lui mi ha abbracciato, poi mi ha guardato e mi ha detto:

“perché mi hai voluto fare arrabbiare?”

Soffocando il “coooosa??” che mi si è materializzato in testa, ho fatto un bel respiro e gli ho risposto:

“Elia, sei tu che decidi di arrabbiarti per qualcosa, non io che ti voglio far arrabbiare.”

Ci ho ripensato a quella affermazione, che mi era venuta fuori così bene da sembrare uno slogan, e ho pensato che è davvero una cosa difficilissima.

La consapevolezza di scegliere di non arrabbiarsi per cose che ci infastidiscono è una conquista che molti di noi non raggiungo mai.

E quindi è giusto che io continui a esortare il mio bimbo a farlo (e sarà per lui davvero una salvezza nella vita se riuscirà a metterlo in atto) ma devo essere consapevole che è difficilissimo. Io stessa, magari non mi butto per terra a strepitare, ma resto con il muso e mi sfogo con la prima cosa socialmente accettata che succede.

#6 – Circular fashion

Stavolta per le #sceltepostate andiamo in armadio.Ultimamente si parla molto di economia circolare, che significa un ciclo produttivo dove il rifiuto viene re-immesso nel processo per diventare nuovamente risorsa.
Se ne parla molto perché:
– abbiamo prodotto e continuiamo a produrre troppi rifiuti che non si riescono a smaltire
– stiamo finendo le materie prime quindi dobbiamo cercare nuove risorse per la produzione
– c’è una direttiva europea che la incoraggia

Da poco ho scoperto questa piccola impresa di Prato, città che da sempre è un centro importante della produzione tessile italiana.
Si chiama Rifò e Niccolò e Clarissa, i titolati, producono abiti e tessuti a partire da scarti; creano cioè i maglioni in cashmere e le magliette in cotone rigenerato, nati a partire da vecchi indumenti di lana e cotone.
Questo non solo permette di recuperare tessuti vecchi che altrimenti diventerebbero rifiuti, ma anche di risparmiare molta dell’acqua e dell’energia necessaria per la produzione.
Io ho preso per Marco un maglioncino fatto con vecchi jeans: per farne uno sono stati usati 5 vecchi jeans che altrimenti sarebbero finiti in discarica. Sul loro sito trovate tutti i dettagli del processo produttivo.
E in più, consapevoli dell’importanza dell’impatto sociale, ad ogni acquisto ti permettono di scegliere a quale progetto locale di utilità sociale donare una parte dei ricavi.
Neanche a dirlo…me ne sono innamorata!
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#5 – Dischetti

Quinta puntata delle sceltepostate.

Questa scelta nasce in bagno dove fino a qualche tempo fa buttavo nel cestino almeno due dischetti di cotone al giorno: uno per il latte detergente e uno per il tonico.

Però ogni volta che li buttavo mi sentivo male e pensavo “possibile che debba buttare via una cosa usata così poco? Davvero non c’è un’alternativa?” Per fortuna ci hanno pensato le mie amiche che mi hanno regalato i dischetti in microfibra. Sono comodi perché hanno una scatolina di legno dove tenerli e un sacchettino per lavarli in lavatrice con il primo bucato utile.
I miei sono di Lamazuna, ma ne esistono di moltissime marche e tipi (microfibra, bambù, spugna…) in commercio.
E se avete manualità si possono anche fare da sé con vecchi asciugamani di spugna o di microfibra. Su Pinterest cercando “makeup remover pads diy” trovate millemila articoli su come farli.
(tanto l’abbiamo comprato tutti almeno un asciugamano in microfibra che per quanto tu lo lavi… NON ASCIUGA!).
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#4 – Fairtrade

Oggi è il mio compleanno e le #sceltepostate non possono che essere a tema…regali!

Stavolta vi racconto una scelta che non ho fatto io, ma che mi è stata regalata da Luciana, Ilaria e Giorgio.

È una bellissima borsina di carta di altromercato che contiene tutto il necessario per una bella colazione, o una super torta (all’interno c’era la ricetta dei brownies al cioccolato)

I prodotti sono di altromercato, quindi sì, fanno molti km (ma non potrebbe essere diversamente per questo tipo di prodotti)
però

  • Sono una possibilità di sviluppo e crescita per i produttori locali
  • riconoscono il giusto compenso a tutti i livelli della filiera
  • rispettano il territorio e l’ambiente

A e…sono buonissimi!

E poi, c’è regalo più bello di buon cibo che fa bene a chi lo mangia e a chi lo produce?

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#3 – Arance

In questa puntata delle #sceltepostate torno a parlarvi di cibo.

Le arance per me sono sempre un cruccio: mi piacciono molto ma per forza di cose non posso sceglierle locali.
Voglio però che le mie arance siano raccolte senza sfruttare lavoro nero e migranti; che la loro coltivazione non depauperi la terra nè distrugga il territorio e che non siano imbottite di cere e conservanti per farle arrivare ancora belle sulla mia tavola.

Quindi da due anni compro le arance di Libera contro le mafie.

Sono biologiche, coltivate in terreni sottratti alla mafia, gestite dalla cooperativa. Le acquistiamo durante l’AranciaDay organizzato dal presidio di Venezia che è anche un’occasione per sorridere dal vivo ad altri che hanno i tuoi stessi valori.
Però, durante la stagione, si possono ordinare anche online (come tutti i prodotti di Libera, ad esempio le buonissime marmellate di limoni e di arance rosse).

In più alla fine della giornata ci hanno mandato il resoconto con il dettaglio di come sono stati suddivisi i ricavi: questo ci ha raccontato in modo immediato dove sono andati a finire i miei soldi e quelli di tutti coloro che le hanno acquistate.
E così ci ha ricordato che sempre, quando acquistiamo qualcosa, il valore del nostro denaro viene distribuito a più soggetti in modo più o meno equo.
Quindi la domanda che mi faccio è: sono contenta di a chi vanno i miei soldi?

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#2 – Handmade

La seconda puntata delle #sceltepostate inizia in un noto negozio di fast fashion con un bellissimo berrettino a forma di orsacchiotto che volevo comprare per Elia.

Il cartellino diceva “cotone biologico” ma anche “made in Pakistan”.

E quindi quanti km ha fatto per arrivare a Venezia?

E chi l’ha fatto quanto (poco) ha guadagnato considerando che il prezzo finale è 7.99 euro?

Così ho scelto di comprare un altro berrettino. Realizzato da un’artigiana della mia città natale – Rovigo -, con stoffe di qualità selezionate da lei, pagando il giusto prezzo per il suo lavoro e per i materiali che ha utilizzato.

Penso che scegliere l’handmade permetta di supportare piccoli imprenditori, avere processi produttivi meno impattanti e prodotti di maggiore qualità.

Inoltre acquisti un prodotto originale con una storia da raccontare.

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#1 – Pesce

Prima puntata delle #sceltepostate.

Da sempre vorrei mangiare più pesce ma non lo conosco e non so come capire se è sostenibile.
Da poco in zona ha aperto una pescheria che vende solo pesce sostenibile; che vuol dire:

  • non è pescato con metodi che impoveriscono troppo il mare;
  • non proviene da allevamenti intensivi;
  • se allevato viene alimentato con cose sane;
  • ha fatto almeno un ciclo riproduttivo prima di essere pescato;
  • non viene pescato a più di 80 miglia dalla nostra costa;
  • non viene trattato con conservanti per farlo apparire più bello.

In più sto scoprendo nuove specie e conoscendo un po’ di più della nostra laguna. E sostengo l’economia dei pescatori locali.

La pescheria si chiama Itticosostenibile e sul loro sito ci sono delle schede per ogni pesce che potete consultare per scoprire come sceglierlo perché sia sostenibile.
Così anche al supermercato o dal vostro pescivendolo potete chiedere informazioni sul pesce che acquistate e selezionare quello che sia sostenibile almeno per qualche aspetto!

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non ne parliamo; risolviamo!

Non conoscevo Julio Velasco – e da questo potete dedurre che non sono una grande appassionata di pallavolo – prima che Marco me lo nominasse la scorsa settimana, dopo aver partecipato a un incontro di formazione sul lavorare in team all’interno della sua azienda (sì, le aziende che investono in formazione esistono!).

Quello che fa Velasco, in un breve video di tre minuti e mezzo, è raccontare il lavoro di squadra e uno dei suoi peggiori rischi: lo scarica barile.
Lo fa prendendo ad esempio gli schiacciatori che, a suo dire, sono esperti dell’alzata: sanno sempre come andrebbe fatta – e soprattutto come non andrebbe fatta – per permettere loro di fare un’ottima schiacciata.
Piccolo problema: loro sono schiacciatori! Il loro ‘lavoro’ è di schiacciare la palla, non di alzarla.
Se perdono tempo a giudicare se l’alzata è un po’ troppo bassina, non possono concentrarsi su trovare la soluzione al problema: come la schiaccio questa palla alzata male?

L’allenatore argentino conclude dicendo “io voglio schiacciatori che schiacciano bene palloni alzati male; perché poi i palloni schiacciati bene li schiacceranno benissimo! Quindi non ne parliamo, risolviamo!”

E questo è proprio uno dei segreti (di Pulcinella, se volete) per lavorare bene: fare il meglio che possono a partire dalla situazione che trovo. Perché “la realtà è com’è e non come voglio che sia”.

[kad_youtube url=”https://youtu.be/5RXX-PiifXY” ]

la grande scommessa

Ieri sera siamo andati al cinema (a un’improbabile proiezione pre-cena!) a vedere La grande scommessa, il film che promette di raccontare la crisi del 2008, tratto dall’inchiesta di Micheal Lewis.

Siamo usciti dalla sala più informati, più incazzati e più frustrati, ma non lasciatevi ingannare, il film è davvero bello!

Riesce a fare una cosa difficilissima che è quella di parlare di economia – la scienza triste – pur rimanendo un film avvincente e, a tratti, pure divertente.

Nel farlo non risparmia concetti complessi – che vengono puntualmente spiegati da personaggi più o meno famosi – scene di riunioni e incontri dai termini incomprensibili, rotture della quarta parete per ricordare allo spettatore che quello che sta vedendo è successo davvero, non è mica finzione.
Eppure tutto scorre liscio: si rimane incollati alla poltroncina, attenti e concentrati come ad una lezione, ma coinvolti ed emozionati come al cinema.

Non so se si meriti la palma di miglior film, ma di certo è un film da vedere e che dovrebbero vedere tutti, perché aiuta a capire un po’ di più quello che è successo intorno al 2008, i cui effetti sono visibili ancora oggi. Lo spiega con una sintesi bella e puntuale Giovanni De Mauro nell’editoriale di Internazionale di questa settimana (lo trovate anche in calce a questo post).

Vi avviso però che alla fine del film avrete con un vago senso di nausea, con l’idea che il “sistema” (non un sistema inventato ad hoc per raccontare una storia, proprio il nostro di sistema, quello attuale, in cui viviamo) sia volutamente complesso e colpevolmente fraudolento; lo si può combattere, ma non si vince. L’unica soluzione sembra uscirne, andando a coltivare il proprio orticello in qualche paese remoto. Senza risolvere il problema.

Difficile sintetizzare in poche righe The big short, in italiano La grande scommessa. Il film di Adam McKay, basato sull’inchiesta giornalistica di Michael Lewis, è appena uscito e racconta la crisi finanziaria cominciata nel 2008, quella che ha fatto perdere il posto a milioni di lavoratori, la casa a milioni di famiglie e ha provocato il collasso di diversi paesi europei.

“Si esce arrabbiati, nauseati e disperati”, ha scritto il New York Times. Perché non c’è lieto fine, come sappiamo, e non c’è nessun responsabile che paga per quello che è successo (“Daranno la colpa agli immigrati e ai poveri”, dice verso la fine uno dei protagonisti). The big short non offre neanche possibili soluzioni. Ogni tentativo di regolamentare il mercato è fallito, la commissione del congresso americano incaricata nel 2009 di esaminare le ragioni della crisi non è riuscita a introdurre nessun efficace meccanismo correttivo, come invece aveva fatto una commissione simile negli anni trenta, e oggi, secondo molti, tutto è ricominciato come se niente fosse.

L’economista Paul Krugman ha recensito con entusiasmo il film e lo ha difeso: chi attacca The big short, ha detto Krugman, ha paura che si sappia la verità. Perché è vero che chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo, ma alcuni il passato lo vogliono ripetere. E per questo non hanno interesse a farci ricordare cos’è successo.

Giovanni De Mauro – Internazionale 1136

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