terra e acqua

Stamattina il cielo azzurro si rifletteva sulla superficie dell’acqua colorando la laguna di un blu improbabile. Mi sono persa a guardare questa distesa di blu e verde delle alghe e mi è tornata in mente una canzone tradizionale – imparata alle medie o forse alle elementari – che parla del Polesine: acqua e terra.

Francesco De Gregori nella sua versione dice

Terra e acqua con lo sconto e non sono ancora pronto
per partire da casa mia
Terra e acqua e così sia

E allora ho pensato che forse io sono stata pronta a partire da casa mia perché alla fin fine sono rimasta tra terra e acqua.

E zanzare, ovviamente.

Songs of the day:
Terra e acqua – De Gregori
Polesine – acqua e terra

costellazioni

Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro,
capirai che altra gente si è fatta le stesse domande,
che non c’è solo il dolce ad attenderti, ma molto d’amaro
e non è senza un prezzo salato diventare grande…  

Oggi parlavo con Fede, una mia amica con la quale c’è un’empatia incredibile, che supera centinaia di chilometri di distanza.

Parlavo con lei di cose “da grandi”, di scelte, di come cambiano le relazioni con il tempo, di come pensieri, sentimenti ed emozioni imparano a crescere senza che ce ne rendiamo conto, oppure li facciamo cambiare noi, a suon di smusonate contro i muri. E quando lei mi ha accennato che non aveva festeggiato l’anniversario con il suo ragazzo, come capita solo quando parli con certe persone un po’ speciali, d’emblée mi è venuto fuori:
ma forse è pure più bello così: costellarsi l’anno di momenti memorabili senza una data memorabile

E rileggendo quelle letterine sullo fondo azzurrognolo della finestra di chat mi sono sentita un po’ folle un po’ saggia.
Come quando andando lungo una strada in salita ti fermi un attimo, ti guardi attorno e ti rendi conto che sei arrivata ad un piccolo pezzo pianeggiante, da cui c’è un’ottima visibilità sul sentiero già percorso e pure sulla strada ancora da fare.

basta un giorno così…

…a cacciare via tutti gli sbattimenti che
ogni giorno sembran sempre di più
ogni giorno fan paura di più
ogni giorno però non adesso adesso adesso
che c’è un giorno così”

Così cantava Max e così ho cantato io, non so quante volte, tornando verso casa, sul mio scooter, con il sole all’orizzonte e il vento che si infilava dietro la visiera del casco, accellerando di più per sentirmi il vento addosso, per far entrare più aria profumato nei polmoni.

Quante volte tornando a casa dalla stazione o da un pomeriggio di chiacchiere, ho sentito nascere dentro di me questo “basta un giorno così…“, come se le emozioni prendessero una forma definita grazie alle note di una canzone.

E mi piace come questa melodia, questi versi conservati in qualche angolino recondito della mia testa, tornino, così, improvvisamente sulle mie labbra senza che io mi renda bene conto del perché. Come se volessero suggerirmi una forma da dare alle mie emozioni, come per dirmi “ehi, è proprio così, lo sai?

Ecco, questo fine settimana è stato un fine settimana denso di emozioni e di pensieri, che mi sembrava non riuscissero a stare insieme. E poi arriva una canzoncina nella testa che sembra proprio proporre la prospettiva giusta.  
che bello è
che bello è

capirsi

“Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce” recita una frase da diario (ma anche da libro di filosofia).
Io direi più che il corpo ha le sue ragioni e che la mente in realtà conosce, ma noi ci ostiniamo a dire che sono due opposti, che stanno su piani diversi, ai due estremi dell’asse dell’altalena.
Ci obblighiamo a fare il giro più lungo per far capire alla mente le ragioni del corpo e al corpo quelle della mente.
Banalmente mi verrebbe da dire che è un problema occidentale, che in tutte le discipline abbiamo progressivamente separato la mente dal corpo, ma non ne sono tanto sicura.

Quello che mi stupisce ultimamente è come il corpo e la mente sappiano capirsi. La mia testa sa dare un nome ai movimenti del mio corpo che io percepisco come assolutamente istintivi. E il pronunciare quel nome ad alta voce riesce a migliorare il movimento seguente, così, senza pensarci.
Il mio corpo divincolandosi e premendosi, strattonandosi e torcendosi, sudando e mordendo, riesce a strizzare fuori dalla testa pensieri in cortocircuito e restituirmi una mente libera e attenta.

Forse anche queste in fondo sono banalità, nulla di straordinario ad esempio per uno sportivo. Ma è come non mi fossi mai resa conto di quanto tutto questo sia incredibilmente straordinario e affascinante.
E di quanto sia bello l’istante in cui mente e corpo sono tesi verso la stessa direzione.

in bilico

Ultimamente sto frequentando un laboratorio di espressione corporea, che detta così può sembrare tutto e niente.
In verità non c’è un termine che possa descrivere con più precisione quello che facciamo: esploriamo le possibilità del corpo per esprimere qualcosa.

In uno degli incontri abbiamo sperimentato la sensazione di stare in bilico.
E’ quel momento preciso in cui due forze ti attraversano il corpo; da una parte i nervi, i  muscoli, la volontà ti tendono verso l’alto, mentre dall’altra la gravità e il peso ti spingono verso il basso.

E’ una situazione realmente precaria: non è solo restare in punta dei piedi, ma è spingersi al limite dell’equilibrio, lasciando gravare il peso nello spazio vuoto anziché su un punto d’appoggio sicuro.

Il movimento seguente e la sua poesia dipendono tutte da quel momento, da quella tensione che rende necessario creare qualcosa di diverso da quello stato in cui, è evidente, non si può restare a lungo.

Stare davvero in bilico è faticoso, il corpo tende a mettersi al sicuro, fingendo una instabilità che non c’è.
E’ anche doloroso, le vesciche sotto i miei piedi ne sono la prova.

Ma quando ci riesci, in quel brevissimo istante in cui sei sospeso, letteralmente, senti di avere davvero l’occasione di creare qualcosa di bello.
A partire dal vuoto, dal niente.

a metà circa

Il primo post di un nuovo blog crea sempre un po’ di ansia: sottesa c’è l’idea che l’inizio determina sempre il tutto; chi ben comincia è a metà dell’opera.

In realtà è molto più probabile che in un blog si arrivi prima alla metà dell’opera che all’inizio. E poi magari, se ti piace quel post lì, che sta a metà, torni indietro per vedere se anche prima c’è qualcosa di carino.

Io lo faccio anche coi libri, prima di comprarli. Non leggo mai le prime pagine: apro il libro a metà circa e sfoglio le pagine fino a quando non ne trovo una che abbia abbastanza spazio vuoto per convincermi a leggerla con l’idea che, data la poca densità di caratteri, non potrà certo svelarmi niente che mi possa rovinare la storia.
Ma non so dirvi se sia un buon metro, la verità è che più delle parole, mi colpiscono i particolari: le virgole, lo spazio bianco intorno, la consistenza della carta. E la copertina, ovviamente.

Ecco il primo post, senza né capo né coda, come una pagina con molti vuoti che si trova a metà circa di un libro.

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